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Articoli Tecnici

E’ un assunto comune tra i praticanti sportivi che la capacità di mantenere alta la concentrazione senza dubbio faccia la differenza tra una buona ed una cattiva prestazione. In realtà, questo concetto è facilmente trasferibile in altri ambiti della vita quotidiana. Del dott. Salvo Russo Quante volte abbiamo commesso un errore, dimenticato qualcosa, saltato un appuntamento proprio perché al momento “giusto” la nostra testa era da un’altra parte. Naturalmente per poter migliorare qualcosa, bisogna prima conoscerla. Cosa si intende, dunque, per concentrazione? Una persona allo stato di veglia usa fondamentalmente due tipi di attenzione. La prima viene detta “spontanea” cioè liberamente focalizzata sul naturale susseguirsi di eventi, pensieri, circostanze così come la realtà ce le presenta secondo dopo secondo. Questo tipo di attenzione è di fondamentale importanza ed è alterata in genere da stati “psicorganici” quali eccessiva sedazione da farmaci o patologie organiche, sostanze stupefacenti, alterazioni metaboliche, ecc. Il secondo tipo di attenzione da noi utilizzata viene detta “volontaria” o “conativa” e riguarda invece la nostra capacità di focalizzare l’attenzione su di un punto in particolare per il raggiungimento di un obiettivo. Quando si altera questo secondo tipo di attenzione, in assenza di riduzione della attenzione spontanea, allora siamo di fronte a problemi di concentrazione. Ed è proprio davanti a questo tipo di problemi che spesso si trovano gli atleti. Nel 1993 uno studioso americano Robert M. Nideffer con alcuni collaboratori ha individuato quattro tipi di attenzione “volontaria” studiando le variabili su due assi: interno-esterno e ampio-ristretto. Come facilmente comprensibile dalla figura sottostante si realizzano così quattro possibilità:

1.focus attentivo ampio esterno (es. atleta che osserva una interna scena di gioco)

2.focus attentivo ristretto esterno (es. atleta che mette il pallone su un punto)

3.focus attentivo ampio interno (es. atleta che rivede a mente una scena di gioco)

4.focus attentivo ristretto interno (es. atleta che parla con se stesso “self talk”)

Gli stessi studiosi hanno realizzato uno strumento appositamente strutturato per capire quale tipo di attenzione viene scelto prevalentemente da un soggetto e se vi sono delle aree deficitarie. Così facendo è stato possibile vedere se un determinato atleta aveva la tendenza ad usare eccessivamente un focus ampio esterno, se vi era un deficit attentivo interno o invece vi era la presenza di un sovraccarico di stimoli esterni, ecc. Questa strumento, il T.A.I.S., Test of Attentional and Interpersonal Style, è tuttora disponibile online all’indirizzo www.taisdata.com con un servizio a pagamento. Ma una volta fatta la “diagnosi” di deficit attentivo ad un particolare tipo di concentrazione, cosa bisogna fare? La risposta è allenamento, allenamento, allenamento. La concentrazione, infatti, come molte altre capacità cognitive umane è allenabile. Allenare la concentrazione significa controllare i processi motori di pensiero, dirigere e mantenere l'attenzione su di un compito per una corretta esecuzione incrementando le capacità di:

1. selezionare gli stimoli su cui focalizzare l'attenzione, escludendo quelli irrilevanti

2. dirigere l'attenzione al momento opportuno verso le informazioni pertinenti

3. mantenere l'attenzione sugli stimoli rilevanti.

L'affinamento e la gestione volontaria della capacità di concentrazione vengono sviluppate attraverso il training propriocettivo e le procedure di rilassamento, andando così a costituire un insieme di abilità sinergiche ed interconnesse e rappresentando le condizioni necessarie per la buona riuscita delle successive fasi di visualizzazione e ripetizione ideomotoria (imagery). Questo specifico tipo di lavoro è più efficace e monitorabile se abbinato a strumenti elettromedicali di Biofeedback dei quali, però parleremo la prossima volta.